| La
Corte dello Spirito Santo
da La Repubblica del 30.12.98
di EUGENIO SCALFARI
LA Corte costituzionale è di nuovo nella tempesta: inizierà
a esaminare l’ammissibilità del referendum Segni-Di Pietro a metà
gennaio ed emetterà la sua sentenza presumibilmente entro i primi
di febbraio, ma già è pesantemente cominciato il gioco d’interdizione
per piegare il responso della Corte ai desideri di questa o quella parte.
Un “quidam de populo” di cui non faccio il nome perché non merita
farlo ha sentenziato nei giorni scorsi che la Corte dovrà necessariamente
ammettere il referendum perché la grande maggioranza del popolo
italiano così desidera.
Personalmente sono anch’io favorevole all’ ammissibilità del
referendum (l’ho già scritto in una precedente occasione) ma mi
basterebbe un argomento come quello prima ricordato per farmi cambiar d’opinione.
Un giornalista che si ritiene autorevole e bene informato ha scritto
che alcuni consiglieri del capo dello Stato (ma non ne ha fatto i nomi)
avrebbero privatamente confidato (a lui) che la Corte si pronunzierà
per la non ammissibilità. Il Quirinale ha smentito questa pseudo-notizia
ma tanto è bastato perché si sia alzata una possente vociferazione
sull’ipotesi che Scalfaro stia premendo sulla Corte per ottenere un verdetto
negativo contro il referendum.
Questo modo di comportarsi è sicuramente poco serio. Nessuno
nega che le sentenze della Corte siano criticabili come qualunque altro
atto giurisdizionale; non esiste infatti una sacralità che impedisca
a qualunque cittadino o istituzione di dichiararsi contrario ai rescritti
della Consulta. Diverso tuttavia è l’esercizio di poteri di
pressione messi in campo prima di quei rescritti con il dichiarato intento
di influenzare e condizionare l’opinione dei giudici. Si tratta di un’abitudine
tutta italiana che denota soltanto un alto grado di faziosità di
chi si abbandona (e purtroppo sono molti) a quel genere di esercizio.
La Corte, per quanto si sa, abborderà il tema referendario non
prima della metà di gennaio; non risulta che i suoi componenti si
siano finora neppure scambiati tra loro opinioni in merito. Il polverone
che si è alzato in questi giorni non ha dunque nessuna base d’appoggio
nei fatti. Un tempo si parlava di “furia francese” per descrivere uno stato
d’animo impetuoso che i nostri cugini d’Oltralpe manifestano in frequenti
occasioni.
MA LA furia francese è ben poca cosa rispetto al melodramma
all’ italiana. Qui da noi tenori, soprani, baritoni vocalizzano con certe
loro sgraziate vociacce e su testi così gaglioffi da non raggiungere
altro effetto che quello di allontanare gli spettatori da ogni teatro,
quello dei guitti come pure quello dei buoni attori.
Poi ci si lamenta dell’astensionismo e se ne cercano le cause. Il parlare
a sproposito e gettar fango sulle istituzioni prima ancora che ve ne sia
il motivo è certamente una di quelle cause, probabilmente la principale.
* * *
C’è poi un’altra genìa di critici della Corte - intendo
critici per partito preso e non su singoli suoi atti di giurisdizione -
che si avvale dell’accusa che i magistrati della Corte siano tutti politicamente
orientati, visto che la loro nomina proviene da istituzioni politiche;
per conseguenza le loro sentenze sarebbero non già “neutrali” bensì
politiche, quindi di parte e quindi prive di quell’ autorevolezza che gli
si vorrebbe conferire.
Questo tipo di critici, per lo più assemblati sulle pagine d’un
importante quotidiano milanese, meritano attenzione. A prima vista infatti
la loro tesi sulla “neutralità” degli atti di giurisdizione è
di quelle che fa una certa presa sull’opinione moderata cui essi si rivolgono.
A mio avviso si tratta d’una tesi artificiosa ed ecco perché.
1. Non è vero che i componenti della Corte siano nominati da
una sola istituzione; al contrario la loro nomina o la loro elezione promana
da tre fonti profondamente diverse tra loro. Una parte dei giudici (un
terzo) è eletta dal Parlamento in seduta plenaria con una quota
riservata ai partiti
d’opposizione e con un quorum qualificato molto più elevato
della maggioranza semplice; un’altra parte è eletta dai magistrati
ordinari; una terza parte è nominata dal presidente della Repubblica.
Tutti i componenti della Corte debbono comunque avere requisiti culturali
fissati dalla legge e sono sottoposti a uno stretto sistema d’incompatibilità.
Affermare che un corpo così composto possa essere portatore di univoche
istanze politiche è dunque un teorema non dimostrato e non dimostrabile.
2. Quand’anche i componenti della Corte fossero nominati tutti dallo
Spirito Santo o da qualsiasi altra entità extramondana (come parrebbe
fosse il desiderio dei sostenitori della tesi della “neutralità”)
essi manterrebbero pur sempre il diritto di avere le loro proprie opinioni
politiche così come hanno lo stesso diritto i magistrati ordinari,
gli ufficiali e i soldati delle Forze armate, i poliziotti e i carabinieri,
gli impiegati della pubblica amministrazione, i sacerdoti, gli imprenditori,
i lavoratori e insomma i cittadini, quale che sia la loro condizione professionale.
Perfino gli assertori dei giudizi e delle sentenze neutrali hanno le loro
opinioni politiche e le coltivano con lodevole tenacia. E perfino Gesù
di Nazareth le aveva, e come se le aveva; non era certo “neutrale” Gesù
di Nazareth. E perché e come potrebbe esserlo - solo in tutto il
pianeta - un componente della Corte costituzionale?
3. Ciò che gli si chiede non è dunque di non avere opinioni
politiche ma di farle tacere nella misura del possibile quando deve interpretare
la legge, anzi la Costituzione, applicandola ai casi specifici che gli
vengono sottoposti. Nessuno può affermare se non temerariamente
che egli non compia quest’operazione nel foro interno della sua coscienza.
Ma tutti possono poi criticare il dispositivo e le motivazioni delle sentenze.
La dialettica democratica è tutta in questo diritto e in questo
limite: niente di meno e niente di più.
4. Qualcuno propone che l’incarico di giudice costituzionale sia vitalizio
per evitare che il giudice, pensando al proprio futuro, non inquini le
sentenze per interesse personale. È una proposta degna di attenta
considerazione. Perché no?
Incarico vitalizio, per me va bene. Il giudice a vita non avrà,
per ciò stesso, le sue proprie opinioni politiche? Se ha creduto
nel socialismo smetterà di optare per quel tipo di società?
Se era conservatore o liberale cesserà di esserlo? E perché
mai dovrebbe? Certo, potrà liberamente cambiare opinione come quel
giudice Baldassarre che entrò in Corte votato dal Pci e ne uscì
berlusconiano convinto. Nessuno vorrà lanciargli l’anatema per così
poco, ma certo il giudice Baldassarre non fu neutrale né prima né
durante né dopo il suo passaggio in Corte.
* * *
Quanto al tema specifico del referendum Segni-Di Pietro sento in tutta
coscienza di poter fare le seguenti osservazioni che impegnano ovviamente
soltanto me stesso (clausola del tutto ovvia ma che coi tempi che corrono
è opportuno ricordare per doverosa modestia e utile salvagua rdia).
Ho già detto di esser favorevole alla celebrazione del referendum
sulla legge elettorale. Sono infatti contrario alla riserva proporzionalistica
della legge vigente e favorevole all’uninominale, possibilmente con doppio
turno di collegio. Ma qui si entrerebbe nel dettaglio sul quale mi
dichiaro incompetente. Un punto però mi è chiaro: si deve
fare il possibile per evitare l’ulteriore moltiplicarsi dei partiti e delle
liste. In coerenza con questo mio pensiero non riesco a seguire le evoluzioni
di Prodi e di alcuni sindaci che per raggiungere maggiore unità
bipolare si accingono a moltiplicare pani e pesci non avendo però
le prerogative divine necessarie per produrre quei miracoli.
Mi sembra che un responso referendario che cancellasse la riserva proporzionale
mutilando in vari punti la legge elettorale vigente, lascerebbe tuttavia
in piedi una legge passibile d’immediata applicazione. Se questa mia affermazione
corrisponde a verità cadrebbe per la Corte un altro motivo di inammissibilità
del referendum.
Mi sono letto da cima a fondo i vari quesiti referendari sui quali
i cittadini saranno chiamati a votare se la Corte lo consentirà.
Pur avendo, credo, maggior familiarità con quei problemi di quanto
non l’abbia la media degli italiani, confesso che non ho capito quasi nulla
di quanto leggevo. Non nascondiamoci dunque, quali che siano le nostre
personali preferenze, che l’ostacolo dell’incomprensibilità dei
quesiti è forte e peserà non poco sulla sentenza della Corte.
Pensa il buon Ernesto della Loggia che giudici vitalizi passerebbero
più facilmente sopra all’ostacolo dell’incomprensibilità?
Forse sì, forse no, chi può saperlo? Ma lui, il buon della
Loggia, se fosse in Corte come risolverebbe quel problema? Ah, saperlo...
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