Editoriale

Occorre andare ad una "grande assemblea unitaria": con questo invito il Presidente Antonio Leonardi ha chiuso i lavori dell'Assemblea dell'O.U.A., tenutasi a Napoli il 12 e 13 settembre scorsi, a proposito del disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri riguardante la riforma dell'ordinamento professionale.

Un messaggio di straordinario valore politico che sicuramente non mancherà di suscitare reazioni da parte delle componenti istituzionali ed associative dell'Avvocatura ma che al tempo stesso traccia un percorso, direi quasi, obbligato se si vogliono raggiungere quegli obiettivi da tutti auspicati e fortemente voluti.

E' evidente che l'avvocatura, con la riforma dell'ordinamento professionale, si gioca non solo il suo futuro ma anche quel prestigio che in questi ultimi anni si sta faticosamente acquistando.

Unitarietà che non vuol dire appiattimento di posizioni né, tantomeno, perdita di identità, ma che deve essere intesa nel suo significato globale come sinergia di intendimenti, di propositi, di idee.

Si è parlato di riforma "epocale" e non può essere altrimenti se si considera che l'attuale ordinamento risale al 1933 ed il nuovo varrà per le future generazioni.

Si diceva, quindi, "unitarietà" e non deve sembrare pleonastico considerato che l'Avvocatura ha sempre sofferto una sorta di "disomogeneità congenita" che spesso l'ha tenuta ai margini della società civile e, comunque, al di fuori di tutte le riforme che hanno interessato il "pianeta giustizia" e che si sono attuate sulla testa degli avvocati che pure costituiscono una componente insostituibile della giurisdizione.

La "bicamerale" quantunque miseramente fallita, costituisce l'ultimo ma non il solo esempio di un procedere a "briglia sciolta", senza alcun coordinamento e programmi comuni, senza quella "concertazione" che, invece, avrebbe fatto dell'Avvocatura un interlocutore di peso, forte com'è di circa centomila iscritti.

Ora, con la riforma dell'ordinamento professionale, si presenta una possibilità straordinaria ed irripetibile che non può e non deve essere perduta: la posta in gioco è troppo importante, sarebbe grave ed imperdonabile lasciarsela sfuggire.

Giuseppe Di Maira