Bertinotti contro Diliberto: reazionario

da Il Corriere della sera del 22.3.99

DAL NOSTRO INVIATO 
RIMINI - Trentadue anni fa uno degli idoli di Fausto Bertinotti, Ernesto "Che" Guevara, prendeva precauzioni contro un'imboscata nemica. «Siamo partiti abbandonando l'accampamento con alcuni viveri», annotava il 22 marzo 1967 nel suo diario dalla Bolivia. Dal congresso di Rimini, il segretario di Rifondazione comunista è tornato a casa con una scorta abbondante di ciò che per il capo di un partito equivale alle provviste. E' stato confermato nella carica con l'83,3% dei voti del comitato politico. Ma affinché la sua energia non si riduca, Bertinotti deve ancora affrontare l'esame principale: incassare a giugno, nelle europee, una quantità di consensi che gli permetta archiviare nel passato l'emorragia subita quando Armando Cossutta se n'è andato via con i Comunisti italiani. 
I rifondatori sostengono che non sarà difficile. Di certo adesso, con i suoi 13 deputati, da 35 che ne aveva all'inizio della legislatura, Rifondazione non sa nemmeno se riuscirà a ottenere una deroga alla soglia dei 20 seggi per disporre di un gruppo alla Camera. E pensando all'elettorato di sinistra da conquistare, ancora prima che alla platea congressuale, Bertinotti ha preso di mira Oliviero Diliberto, il numero due dei cossuttiani, e ha indicato le misure del governo contro gli scippatori come un caso di accondiscendenza verso la Reazione: «Aumento della pena: ma dove l'ha imparata il ministro della Giustizia questa concezione? In quale scuola? Lo sa il Guardasigilli che il 97% dei furti nelle abitazioni resta senza colpevole? Ci si nasconde nella furbizia allineandosi all'opinione pubblica più reazionaria». 
Sarebbe sommario ridurre il tutto a una scomunica comunista vecchia maniera. Nel complesso, a Rimini, il gruppo dirigente di Rifondazione ha fatto di tutto per non risultare ossessionato dai Comunisti italiani. Né è fortuito che Bertinotti abbia attaccato Diliberto su una scelta del governo, non su una teoria, e che si sia detto pronto a intese con il centro-sinistra nelle amministrative purché senza l'Udr. Il tentativo sembra quello di farsi preferire dall'elettorato comune senza continuare scontri troppo personali con i rivali. 
Che cosa può contrapporre Rifondazione al rigoroso pragmatismo cossuttiano? Forse una spiegazione sta nella giornata di ieri. Se Paolo Pietrangeli ha infervorato il congresso con il suo nuovo inno del partito che assomiglia a una relazione («E il profitto si inventa lo schiavo globale/ Perciò è comunista l'impegno reale/»), Bertinotti lo ha scaldato con una relazione conclusiva che sembrava anche una canzone. «Sogniamo, compagni, per far vivere la politica di tutti i giorni», è stato il suo appello e ha descritto l'Italia come «un Paese virtualmente in vendita» alle multinazionali, disseminato di tagliole («la trappola Luigi Berlinguer», «la trappola dei patti territoriali») assoggettato agli «estremisti del taglio delle pensioni che sono in realtà gli esponenti del Partito Americano, il più pericoloso, quello che non vuole un'Europa che sia Europa per averla, invece, periferia dell'impero americano». Intenzionato ad affondare una metafora usata da Massimo D'Alema (con gli imprenditori siamo «sulla stessa barca»), Bertinotti ha ricordato il passato: «Poteva dirlo Ugo La Malfa negli anni 60. E contro La Malfa lottavano un Pci non estremista e una Cgil non estremista di Luciano Lama. D'Alema, te lo sei dimenticato?». 
Un discorso nel quale ha amalgamato da collaudato tribuno i toni gravi di una marcia battagliera e quelli soavi sui sogni. Indicando a esempio quanto rispose un sindacalista al proprietario di una fabbrica che chiedeva come mai un operaio volesse i permessi delle 150 ore per studiare: «Perché vuole imparare a suonare il clavicembalo». Chiosa bertinottiana: «Sì, vogliamo imparare a suonare il clavicembalo». 
Maurizio Caprara,