"Il
presidente ha ragione in cella dopo due giudizi"
da La Stampa del 24.5.98
PALERMO
DAL NOSTRO INVIATO
"La verità è che il sistema attuale, con i suoi cavilli
e le sue lentezze, garantisce i potenti e danneggia i poveri cristi". Nel
sesto anniversario della strage di Capaci, in terra di mafia si discute
anche di riforme della giustizia, e il procuratore aggiunto di Palermo,
Guido Lo Forte, riflette: "Quando si fronteggia la criminalità organizzata
il discorso si complica, perché è gente che dispone di un
forte potere di condizionamento basato su corruzione, ricatto, intimidazione
e violenza".
Si riferisce a Cuntrera e a Gelli, indagato pure a Palermo?
"Questi due casi sono solo la spia, uno dei tanti indici di un sistema
che così com'è non funziona più".
Dopo queste due fughe c'è chi dice che tre gradi di giudizio
sono troppi. Lei è d'accordo?
"Credo che le vicende di questi giorni si possono ricollegare non tanto
ai gradi di giudizio, quanto al momento in cui si può iniziare l'esecuzione
della pena. Le esigenze da conciliare sono due: da un lato il rispetto
delle garanzie per l'imputato, quale che sia il reato di cui è accusato;
dall'altro la realizzazione di un sistema rapido ed efficiente, dove le
leggi non siano solo grida manzoniane, prospettive di condanne che non
si scontano mai. Insomma, bisognerebbe minacciare di meno ma sanzionare
di più".
E come si fa?
"Intanto si potrebbe evitare la messa in moto del meccanismo giudiziario
per reati non gravi che altrove non hanno rilievo penale; ossia depenalizzare.
Poi si dovrebbe ragionare sull'esecuzione della pena".
Cioè?
"Di esempi se ne possono trovare tanti in Paesi a democrazia occidentale,
come Usa o la Gran Bretagna. In Usa il giudizio di merito è solo
uno, il verdetto della giuria, di colpevolezza o innocenza, non si cambia
più salvo l'emergere di nuovi elementi. Poi scatta il sistema dei
ricorsi di legittimità, ma con i colpevoli in carcere. Basta leggere
i giornali per rendersi conto che gli imputati aspettano l'esito dei ricorsi
mentre sono detenuti. Tutto questo rende il sistema più rapido,
perché gli stessi imputati non hanno interesse a perdere tempo".
In Italia, invece?
"Da noi l'interesse dell'imputato è esattamente l'opposto, perdere
più tempo possibile e intralciare il sistema, perché così
si allontana il momento dell'ingresso in carcere e si mira alla prescrizione.
Ma attenzione, qui si realizza l'ingiustizia di cui parlavo prima: per
dilatare i tempi ci vogliono soldi e avvocati in gamba che non tutti si
possono permettere, e per sfuggire alla pena, anche con la fuga, c'è
bisogno di protezioni che non tutti hanno. Insomma, alla fine in galera
ci vanno solo i poveracci".
Ma lei è favorevole all'abolizione di un grado di giudizio?
"Io penso che i giudizi di merito possono restare due ma poi, di fronte
a una doppia condanna, si potrebbe iniziare ad eseguire la pena in attesa
del giudizio di legittimità, che comunque ci dev'essere".
Quindi la pensa come Scalfaro. Ma per questo non bisogna modificare
la Costituzione?
"A parte l'autorevolezza dell'opinione espressa dal capo dello Stato,
quella dell'esecuzione della pena al termine del giudizio di merito è
una cosa di cui si discute da tempo. Dal punto di vista tecnico potrebbe
non essere necessaria una riforma costituzionale, perché per l'accertamento
dei fatti il processo si conclude con i due gradi di merito. Poi c'è
il giudizio sul rispetto delle regole, ma intanto la pena può essere
erogata. Il problema è che da noi la Cassazione si sta trasformando
sempre più in un terzo giudice di merito, il che non dovrebbe essere".
Quanto brucia lo schiaffo della fuga di Cuntrera nell'anniversario
della morte di Falcone?
"Brucia molto se si pensa al sacrificio di poliziotti, carabinieri
e magistrati che hanno lavorato per giungere alla sua cattura e alla sua
condanna. Ma questo episodio dev'essere un monito a lavorare sempre meglio,
nonché a modificare un sistema che presenta troppe falle".
Giovanni Bianconi
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