| Referendum,
sotto tiro il Quirinale
da La Repubblica del 29.12.98
di SILVIO BUZZANCA
ROMA - Mancano pochi giorni al messaggio presidenziale di fine anno
e si riaccende furiosa la polemica sul referendum Segni-Di Pietro. Uno
scontro che dà il via alle grandi manovre in vista del giudizio
di ammissibilità della Corte, con An e Forza Italia che chiamano
in causa il
Quirinale. E avanzano il sospetto di pressioni sulla Corte per ottenere
un no che potrebbe bloccare le riforme, e magari favorire la rielezione
di Scalfaro. Ricostruzioni seccamente smentite dalla presidenza della Repubblica.
A innescare la polemica è una frase riportata nella sua rubrica
su Panorama da Augusto Minzolini. Il giornalista scrive che un consigliere
di Scalfaro, riportando il pensiero del presidente, avrebbe confidato ad
alcuni parlamentari:
“Al 90 per cento la Consulta dirà no”. E il presidente non si
sarebbe sbilanciato a caso, visto che pochi giorni prima avrebbe cenato
con alcuni membri della Corte. Solo poche righe che però fanno scattare
il “trasversale” pattuglione dei referendari. Cominciano i forzisti Peppino
Calderisi e Marco Taradash. Prendono carta e penna e confezionano un’interrogazione,
destinatario Massimo D’Alema, per sapere “quali sono al riguardo le valutazioni
del governo”. Ai due forzisti si aggiunge un “incredulo” Achille
Occhetto. L’ ex leader del Pds non vuole credere a quello che ha
letto “per la stima verso il capo dello Stato”, ma dice che il fatto “se
confermato sarebbe gravissimo” e richiede “chiarezza, anche per non alimentare
dubbi e sospetti nel delicato momento delle scelte”.
Occhetto pensa al 18 gennaio, quando la Consulta inizierà a
discutere l’ammissibilità del quesito. Ma sullo sfondo c’è
anche l’ elezione del nuovo presidente della Repubblica. E a fare il passo
successivo ci pensano quelli di Alleanza nazionale. “Scalfaro - scrive
Maurizio Gasparri - finge di parlare di riforme, ma in realtà vuole
che tutto resti come prima sperando di rimanere ancora sette anni al Quirinale”.
E Adolfo Urso chiede, sempre a D’ Alema, “se non ritenga necessario
attivarsi per fare sapere al Parlamento chi sarebbe il consigliere di Scalfaro
che avrebbe lanciato questa Zolla contro la macchina referendaria”. La
maiuscola non è un refuso, ma un chiaro riferimento, confermato
da Urso, a Michele Zolla, consigliere politico di Scalfaro, indicato come
la fonte delle dichiarazioni incriminate.
Una polemica alla quale in serata il Quirinale ha risposto seccamente
affidando alle agenzie di stampa un comunicato con cui “ciascuno dei consiglieri
del presidente della Repubblica esclude, nel modo più categorico,
di aver parlato (lunedì 21 dicembre o in altra data) con
parlamentari o con chicchessia dell’ argomento referendum e, in particolare,
di aver fatto qualsivoglia riferimento o previsione in merito alla decisione
che la Corte Costituzionale dovrà assumere sull’ammissibilità
dello stesso referendum”. Una precisazione sulla data che sembra valere
anche per il 22 dicembre quando al Quirinale si recarono per gli auguri
le più alte cariche dello Stato e per il 16 dicembre quando Scalfaro
pranzò a palazzo dei Marescialli su invito della Consulta. La replica
di Minzolini: “Mi limito a constatare - dice il giornalista - che uno dei
consiglieri del presidente della Repubblica ha detto, evidentemente, una
bugia”.
La vicenda ha provocato preoccupazione nel quartier generale dei referendari,
che, pur continuando a professare fiducia nell’autonomia della Consulta,
legano insieme alcuni “segnali inquietanti”. “La “bizzarra” sortita australiana
di Scalfaro sulle elezioni anticipate in caso di vittoria dei sì,
il ripetersi di articoli sul rischio bocciatura, adesso quel consigliere
che parla in libertà. Troppe coincidenza, dicono, per non aumentare
la vigilanza, per evitare che “alle pressioni dei partiti sulla Corte se
ne aggiungano altre”.
Ma Mauro Paissan legge la storia in un’altra maniera: “Quelli che accusano
- dice il deputato verde - se la cantano e se la suonano da soli”. I referendari
sono evidentemente a corto
di argomenti - afferma Paissan - se “sono costretti a prendere a pretesto
una ipotetica fonte anonima del Quirinale per imbastire una campagnuccia
a difesa del loro quesito. Le interrogazioni a fotocopia annunciate oggi
rappresentano, una indebita pressione sulla Corte”.
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